IL REGIME FASCISTA

Il Regime Fascista

Lo stato fascista si basava su due regole: l'educazione e controllo. Ogni momento della vita degli italiani doveva essere organizzata e controllata, coloro che se ne occupano sono le organizzazioni fasciste di carattere paramilitare e politico-ideologico. Lo stato era visto come un organismo che sta al di sopra degli individui. L'obiettivo della fascistizzazione fu perseguito con accanimento. lo strumento principale per raggiungere lo scopo era il Partito nazionale fascista, da cui pendevano le organizzazioni collaterali. Il Duce divenne l'oggetto di un diffuso culto della personalità: la sua immagine era simbolo dell'incorruttibilità delle forze dello stato. Lo stato per fare propaganda ed esaltare le virtù fasciste si serviva della stampa. I direttori delle testate che non accettavano il Regime venivano rimpiazzati da giornalisti che presentavano una buona condotta politica

LA SCUOLA COME MEZZO DI PROPAGANDA
Anche la scuola divenne mezzo di propaganda attraverso la revisione dei programmi. Nel 1923 Giovanni Gentile, ministro dell'Istruzione Pubblica, attuò una riforma in cui istituì il liceo scientifico e dei corsi di formazione per tecnici-professionali. Questa riforma, esaltava solamente i liceo a danno dei corsi dei tecnici-professionali e di conseguenza a discapito delle classi medio-basse. La libertà di insegnamento era stata molto limitata, fino al punto che negli anni trenta si doveva obbligatoriamente giurare fedeltà al fascismo per tutti i funzionari pubblici. 

MUSSOLINI 
L'11 febbraio del 1929 Mussolini ottenne un grande successo, destinato ad accrescere il consenso intorno al Regime: firmarono i Patti lateranensi tra lo Stato italiano e La chiesa. I patti comprendevano:
- Un Trattato, in cui si aveva il riconoscimento reciproco tra lo Stato Italiano e la Città del Vaticano;
- Una Convenzione finanziaria, per cui lo Stato Italiano doveva risarcire la Santa Sede della perdita     dello stato pontificio;
- Un Concordato, attraverso cui la chiesa poteva entrare a far parte della vita civile dei cittadini             attraverso la religione cattolica, facendola diventare la religione di Stato;
In seguito scoppiò uno scontro tra Chiesa e Stato Italiano. Alla fine del dibattito, la Chiesa restò in vita, ma che poteva impegnarsi nel suo solamente nell'ambito religioso. Il clero, gli agrari, le classi dirigenti, la grande industria e la monarchia rimasero in vita, anche se non erano in contrasto con il Regime. Per tutto ciò gli storici hanno definito il fascismo un totalitarismo incompiuto, ovvero la capacità del Regime a scavare a fondo nell'ambito istituzionale e sociale fu solo parziale lasciando delle sacche di autonomia. 

L'OPPOSIZIONE AL FASCISMO
La vasta repressione politica seguita dalla morte di Matteotti e le leggi fascistissime avevano reso impossibile opporsi al Regime. Fu approvato un nuovo codice penale in cui introdusse la libertà riduttiva dei cittadini. Così molti esponenti dell'antifascismo furono costretti ad andare in esilio. L'esilio però non fu un riparo per gli antifascisti contro le violenze, perché Carlo Rosselli fu assassinato da emissari mandati da Mussolini. Un grande esponente era anche Gobetti che nella sua opera aveva definito il fascismo come malattia endemica dell'Italia. Egli però era in grado di applicare la rigenerazione morale per far rinascere gli ideali della democrazia. Ci fu anche Benedetto Croce, filoso ed esponente del Manifesto degli intellettuali antifascisti. Croce aveva inizialmente visto nel fascismo forze in grado di rigenerare il panorama politico italiano e di fare ciò che i liberali non erano stati in grado di fare, cioè di ristabilire l'ordine e la governabilità.
Tra gli intellettuali perseguitati dal Regime ci fu Antonio Gramsci. Secondo lui il fascismo era un fenomeno che durava un lungo periodo, e che il fascismo era stato in grado di creare un nuovo blocco di coalizione sociale.

COSTRUZIONE DELLO STATO FASCISTA: LE SCELTE ECONOMICHE
Il Regime cercò di fascistizzare anche il mondo del lavoro. Nel 1927 fu approvata la Carta del lavoro, che instaurava il sistema corporativo. Le corporazioni erano associazioni che riunivano tutti i lavoratori e gli imprenditori di un determinato settore produttivo. Sino al 1925 il governo Mussolini seguì una politica economica di ispirazione liberista. Questa politica riuscì a rilanciare la produzione industriale, ma diede vita a un processo inflazionistico. Da qui derivò una inversione di rotta delle strategie economiche: la gestione liberista venne abbandonata in favore di una politica economica caratterizzata dall'interventismo statale.

LA QUOTA NOVANTA
Fra il 1925 e il 1927 Mussolini lanciò la politica di quota novanta. Lo slogan indicava la politica finanziaria volta a rafforzare la lira sul mercato monetario. L'obiettivo di Mussolini era di abbassare la quotazione a 90 lire: l'eccessivo rafforzamento della lira rese i prodotti industriali e agricoli italiani meno competitivi sui mercati esteri, portando a un calo delle esportazioni. All'opera deflazionistica si unì un intervento dello stato, in cui aumentò i dazi doganali. Molto importante fu la "battaglia del grano" che portò a risultati positivi e aumentò la produzione cerealicola, ma impedì la diversificazione della produzione: non ci fu un reale risanamento della produzione agricola, soprattutto al Sud. Dal 1929 Mussolini incrementò i lavori pubblici, in particolare le opere di bonifica e la costruzione delle infrastrutture. La cosa più importante che fece lo stato fu intervenire sul settore industriale: creò l'IMI (Istituto Mobiliare Italiano) che avevano lo scopo di finanziare le grandi industrie e quindi di coprire il lavoro delle banche, dato che a causa della crisi non erano in grado di garantire finanziamenti alle industrie. Nel 1933 nacque l'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale). Lo stato, grazie all'IRI ha avuto molte partecipazioni dei settori siderurgico, metallurgico e degli armamenti. Con l'intervento statale si vennero a creare l'AGIP (Azienda Generale Italiana Petroli), l'ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) e la SNAM (Società Nazionale Metanodotti). Nel 1935 la situazione economica internazionale si complicò per l'Italia: in seguito alla spedizione d'Etiopia, la società delle nazione impose al Paese delle sanzioni economiche. Dal quel momento la politica economica italiana puntò solamente a rafforzare i rapporti con la Germania.

LA POLITICA ESTERA
In una prima fase la politica estera di Mussolini non si discostò da quella dei governi che lo avevano preceduto quindi:
- l'Italia continuò a tessere relazioni amichevoli con la Gran Bretagna;
- fra il 1922 e il 1932, le truppe italiane riconquistarono la Libia;
- nel 1923, cogliendo l'occasione di aver trovato morti 4 militari italiani al confine fra Albania e            Grecia, Mussolini fece occupare l'isola di Corfù;
- nel 1923, gli inglesi concessero agli italiano di prendere il controllo su Oltregiuba;
- nel 1926, Mussolini firmò con l'Albania un patto di mutua assistenza, che poneva l'Albania sotto la    protezione dell'Italia.
Inizialmente i rapporti tra la Germania nazista e l'Italia fascista furono pessimi. Nel 1935 Italia, Francia e Gran Bretagna si incontrarono a Stresa per limitare il riarmo tedesco, che avveniva in violazione del trattato di Versailles. Francesi e Britannici pensavano che solo la figura del Duce riusciva a Tenere sotto controllo a Hitler, quindi entra in gioco anche Mussolini. La svolta definitiva per le relazioni internazionali dell'Italia fascista si ebbe nel 1935, quando l'Italia invase l'Etiopia. La guerra fu combattuta nel mese in cui Mussolini proclamò la fondazione dell'Impero italiano. L'Italia aveva attaccato una stato sovrano e indipendente, membro della società delle nazioni; eppure Mussolini si aspettava che la comunità internazionale avrebbe accettato la sua condotta, invece approvò una serie di sanzioni contro l'Italia. Tutto ciò porto all'isolamento dell'Italia e quindi l'avvicinamento di Mussolini a Hitler e alla nascita dell'Asse Roma-Berlino. L'allineamento delle posizioni tedesche si realizzo con il Patto d'acciaio, ove le sorti di Italia e Germania divennero comuni.

LE LEGGI RAZZIALI
L'Aspetto più evidente della dipendenza politica di Mussolini da Hitler fu l'adozioni delle leggi antisemite. Come sosteneva il manifesto della razza gli ebrei non erano appartenenti alla razza Italiana e ciò ne implicava l'esclusione alla vita politica e sociale. In seguito le leggi razziali furono definite e inserite nel nuovo codice civile: gli ebrei dovevano essere espulsi dalle forze armate, dalle industrie, dalle attività commerciali, dagli enti pubblici e privati, inoltre, i matrimoni misti vennero proibiti. Tutto ciò diede alla luce una serie di pubblicazioni nelle testate dei giornali: La difesa della razza. Per sette anni l'Italia fu soggetta a persecuzioni che si fecero sempre più dure: gli ebrei considerati pericolosi per il Regime furono soggetti a internamento e furono stabiliti anche i lavori forzati per tutti coloro di razza ebraica. Dopo l'8 settembre, con l'occupazione nazista dell'italia il fascismo partecipò alla deportazione degli ebrei. La repubblica di Salò decretò la confisca di tutti i beni degli ebrei in campi di transito, da dove sarebbero partiti verso i campi di sterminio nazisti.



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